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10月2日 Pensieri(ni) sulla globalizzazionePensieri(ni) già pensati da tanti altri.
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Ultimamente ho avuto la fortuna di aver girato parecchio. Non solo per piacere ma anche per lavoro (a volte le cose coincidono, sono un privilegiato lo ammetto).
Ho toccato paesi diversissimi tra loro, dalla Bosnia alla Malesia, dalla Tunisia alla Slovenia. Come al solito, ho portato con me almeno un libro di Terzani (ultimamente La Porta proibita; ma ho sempre la versione elettronica della Lettere contro la Guerra).
Chiariamoci, non lo porto perchè lo considero un guru. Assolutamente no. Anzi, ritengo che tutto questo parlare di Terzani e dei suoi... "insegnamenti" non renda giustizia innanzitutto a lui. In fondo era un giornalista, ironico, attento, profondo, sensibile. Ma un giornalista. Niente di più.
Lo porto, perchè mi piace leggere le sue considerazioni sulla globalizzazione e sui tempi che cambiano. Adoro guardare con i suoi occhi, posti dell'immaginario collettivo sviscerati della loro patina di "politically correctness". Le sue radiografie sociali.
E, dunque, soprattutto durante l'ultimo (anzi, penultimo) viaggio in Malesia ho pensato tanto al significato di globalizzazione ed all'accezione negativa che quasi tutti ne danno.
Ovviamente non ho trovato risposte ma solo domande che apparivano ad ogni domanda che mi ponevo.
Ed ho cominciato a pensarci, prendendo spunto da alcune considerazioni proprio di Terzani su Kuala Lumpur e la Malesia in genere.
Come ho scritto, è un paese assolutamente proiettato verso il futuro; con un impressionante anelito modernizzatore che potrebbe spingerlo anche fin sulla luna se fosse possibile collocare dei razzi sotto il terreno.
E' un paese in cui una "grande minoranza" (i cinesi) detiene il potere economico e fa andarei avanti il paese, una "piccola maggioranza" (gli indiani) stabilizza il paese con una spiritualità diffusa; ed il resto della gente, musulmana, gode i frutti del lavoro degli altri. Niente di nuovo. per carità.
Ma mi ha fatto pensare a cosa risponderei se dovessi caratterizzare il paese. E qui la prima domanda.
DOMANDA 1: "Cosa significa identità culturale?"
A questa, ne è seguita - a ruota - un'altra. Se, come fanno molti (tra cui Terzani), ci lamentiamo che - ad esempio - la Malesia non è più quella di una volta; che la sua identità è stata snaturata da una globalizzazione sfrenata; che lo stesso vale per l'India ed il ritorno sul suo suolo della Coca Cola, etc etc...allora...
DOMANDA 2: "Se fossimo un osservatore straniero, magari asiatico, in visita a Roma, quali sarebbero gli elementi caratteristici dell'identità culturale italiana che individueremmo?"
A questo sto cercando di dare una risposta in questi giorni, girando in moto per la mia città adottiva. Ogni risposta reca la sua negazione e, quindi, annulla ogni possibilità di soddisfazione del quesito. E' l'abbigliamento della gente? Improbabile. Decontestualizzati, un italiano assomiglia ad uno spagnolo, ad un argentino, ad un australiano del Sud e ad un afgano della capitale.
Vediamo...entro in una libreria. Sono i libri a creare identità nazionale? Difficile. Un libro che parla d'amore ha la stessa profondità, presupposti ed esiti di uno scritto a Singapore, a Toronto o a Cape Town.
Sarà la musica? Certo la musica classica sì. Citando Woddy Allen, mi viene da dire che ogni volta che ascolto Wagner mi viene voglia di invadere l'Austria. Ma questo perchè lui incarnava in musica la spinta nazionalista del popolo tedesco.
Per il resto direi di no. Una batteria suona uguale in Guatemala (ascoltai dell'ottimo rock ad Antigua, ricordo), a Swapokmund in Namibia o a Ljubljiana in Slovenia.
Sono le case, gli edifici, le costruzioni? Sicuramente sì. Ma sono vestigia del passato. Rimanere attaccati alle nostre "radici" culturali significherebbe, per noi italiani, che so...continuare a vivere, in Valle d'Itria, nei trulli o per l'alta borghesia in castelletti rinascimentali.
Gli abiti. Andiamo, no! La prima cosa che ho trovato a Kula Lumpur è stato Max Mara affianco ad un negozio Geox. E qui trovo anche i kimono giapponesi se per caso volessi una vestaglia fuori del comune. No no.
Quello che adoro fare quando viaggio, è sedermi in un caffè (o equivalente) e guarda la gente che passeggia. Nella stragrande maggioranza dei casi la vita è uguale in tutto il mondo. Ci si alza a fatica la mattina (sia a Pashwan che a Parigi; in un villaggio del Chiapas o in un sobborgo di Francoforte);
ci si veste, si esce per andare a lavorare sperando di tornare prima possibile a casa per passare del tempo con la famiglia. Si dorme e si ricomincia.
Questa è la base, lo standard.
A ciò si aggiungono gli orpelli necessari che rendono la vita più facile e piacevole. Ci si vuole svegliare in un letto magari più comodo, e per questo si tende a lavorare qualche ora in più per permetterselo. Poi si vuole un mezzo più veloce, magari, del carretto, per andare prima a lavorare e rimanere di più lì.
Il prossimo passo è un abito più bello per essere accettati meglio in società e pavoneggiarsi con le donne o con gli uomini. O magari per fare...eh eh ...più carriera in ufficio.
Tornati a casa, si ha fretta di rilassarsi (ossimoro azzeccato, vero?) per rigenerare le batterie per ricominciare daccapo il giorno dopo.
In questo tram tram, l'identità culturale è una specie di plug-in. Qualcosa che se non c'è non te ne accorgi perchè tanto te la da la tv. Ma se c'è, magari, ti mette in prospettiva le tue azioni. E qui mi fermo perchè i pensieri sono troppo corti e, forse, difficili.
Ritorno un attimo a Kuala Lumpur.
Tutti fanno quella vita, ovviamente. Ma quando girano tra i grattacieli, girano tra edifici che anche se sono estremamente high-tech, hanno quasi tutti degli elementi prettamente asiatici. Delle pagode stilizzate in cima, degli ideogrammi di cristallo; dei dragoni all'ingresso. E così via.
Ovunque urla ASIA! ASIA! ASIA! Anzi, lo slogan nazionale è "Maleysia...Truly Asia". E allora qual'è il problema della globalizzazione?
Ci scandalizziamo davvero di trovare Mc Donald a Gaborone o Starbucks nella Città proibita a Pechino (giuro, è capitato a noi l'anno scorso). Eppure, ci conforta rientrare in un hotel di una catena internazionale al termine di una faticosa giornata passata nel fango di una giungla tropicale.
La faccio breve perchè sto scrivendo troppo. Continuerò più avanti queste considerazioni.
Solo per dire che quando si parla di globalizzazione, di sviluppo sostenibile, di perdita dei valori culturali nazionali e di preservazione della propria identità culturale bisognerebbe rallentare un attimo la lingua. Guardarsi intorno e...capire.
Cito di nuovo quella splendida frase "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti. E taccia". Ma facendo così inciterei al silenzio.
Ma questa volta parliamone.
Antonio 评论 (14)
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